giovedì 29 ottobre 2009

tutto nudo devi solcare il mare della vita

tutto nudo devi solcare il mare della vita
e la tua nave non vada pesante sui flutti...

destinata così, a naufragare presto
pensa alla fredda morte come se fosse
sempre presente
e troverai, al suo incontro, la morte meno amara
innalza sempre la tua mente, come un tempio
a dio, affinchè tu abbia il signore
all'internod el tuo cuore
come statua immateriale
Conosci te stesso, mio caro
chi tu sia e donde tu venga:
così più facilmente tu otterrai la bellezza archetipa

Gregorio di Nazianzo, in Parole in cammino, di Sabino Chialà, Quiqajon

sabato 17 ottobre 2009

diovivoevero

dio è un porco, come noi d'altronde!

sabato 10 ottobre 2009

in treno senza biglietto tra italia e francia, fine luglio 2009

In treno fra Italia e Francia…senza biglietto

Ho viaggiato lungo queste tratte nel giro di dieci giorni: Genova-Avignon, Avignon-Lyon, Lyon- Chalon sur saone, e poi ritorno a Genova, ho sostato per sei giorni ad Avignon e due giorni e due notti a Chalon, una notte l’ho passata a Ventimiglia per aspettare il treno perché ero arrivato dopo le 22,30 e dopo quell’ora da Ventimiglia non ci sono più treni per Nice(Nizza). Non ho mai pagato il biglietto, un’”imbattibilità” del genere non mi era mai capitata, viaggiando così frequentemente, nel giro di pochi giorni, tra Francia e Italia (ma soprattutto in Francia). La mattina di martedì 28 luglio sono ripartito da Avignon per Genova, ho sbagliato treno, ho preso un treno per Montpellier pensando che passasse da Marsiglia invece no, sono sceso a Nimes e lì ho aspettato il treno per tornare ad Avignon, perché, al contrario di come mi diceva il controllore, e cioè che c’erano parecchi treni per Marsiglia da Nimes, in realtà ce n’era uno alle 13,30, e io ero a Nimes alle 11,30! Ho aspettao il treno delle 12 e qualcosa per Avignon. Durante il viaggio e durante le attese ho scritto gran parte dei diari di quei giorni, impressioni, cose “intriganti” (o che io ho giudicato tali). Eccone alcune

La differenza in fatto di treni (senza biglietto) tra Italia e Francia. Come vivono i francesi il loro rapporto coi treni? E come vivono gli italiani il loro rapporto coi treni italiani? Se non paghi il biglietto in Italia, e lo espliciti, scatta qualcosa che ha dell’assurdo, dell’irrazionale…Attenzione, qua stiamo andando nella psicologia del controllo sociale sottocutaneo, è di pochi giorni fa la notizia che la Francia sta aumentando i controlli satellitari per quanto riguarda le intercettazioni telefoniche e via mail, in quell’articolo pubblicato da Le Figaro, (credo il 28 luglio, il giorno della mia partenza da Avignon), si dice che le intercettazioni di questo tipo, in Francia, sono quindici volte inferiori a quelle che avvengono in Italia! E, en passant, l’Italia è forse l’unico paese europeo dove per connetterti a internet in un luogo pubblico (internet point, internet cafè, biblioteca ecc.), ma anche per telefonare da un phone center, devi mostrare un documento di identità, cioè ti devi fare schedare, questa cosa andava detta perché pertinente alquanto con la questione delle intercettazioni.

Ma torniamo al treno. In Italia c’è pochissima gente che viaggia in treno con una certa frequenza. E’ il peese europeo in cui si comprano più automobili. Il messaggio indiretto dell’italiano medio è: a noi del treno non ce ne fotte una minchia! E’ sporco, sempre in ritardo, non ci possiamo fare niente, ci convertiamo all’automobile privata. Il treno non è una loro causa, non è una causa (né una casa!) degli e per gli italiani! Non li concerne. Non li concerne (ma è un controsenso, una violenza, non può non interessarli, ma siamo sul piano dell’alienazione ) la condizione dei macchinisti, i licenziamenti, gli “agenti unici”, le pressioni per mantenere il silenzio e i licenziamenti per i ferrovieri che “parlano” (e poi scassano i coglioni con la retorica di mafia e antimafia. Questi “trattamenti” da parte delle dirigenze della ferrovia nei confronti dei dipendenti, come li chiamiamo? Mafiosi? Ultramafiosi? O dobbaimo inventare altre parole?).

In Francia, invece, c’è un utilizzo diffuso dei treni. Però costano di più che in Italia. Un di più che, però, rapportato alla qualità ed efficienza dei servizi garantiti, non è poi così male (considerate anche le varie riduzioni, agevolazioni e così via). In Italia è noto a tutti il livello catastrofico di Trenitalia (ma non lo è in modo vissuto quotidianamente sulla propria pelle). La cosa misteriosa sta nel fatto che, se in Italia dici che non paghi il biglietto, ti può capitare di sentirti rimproverato. E la cosa più misteriosa è che ti rimproverano quelli che (quasi tutti potenzialmente, in base al discorso dell’utilizzo privato dell’automobile di cui prima) il treno contribuiscono ad affossarlo e perché non lo utilizzano e perché non sanno e non vogliono sapere nulla (ignoranza colpevole, perché è in gioco una cosa pubblica che riguarda tutti) di ciò che succede nel mondo della ferrovia. Spesso, appunto, quelli che rimproverano, sono i più “rimproverabili”, come se, indirettamente e perversamente dicessero: “Io mi faccio schifo, mi sento deresponsabilizzato, decerebrato, meschino e impotente, privato e deprivato di un mio diritto e dovere pubblico”, però tutto ciò lo scaricano su chi porta a galla questa ferita pubblica, dicendo, per esempio “Io non pago il biglietto in modo consapevole” di ciò che questo può significare a livello di liberazione individuale e collettiva.
In Francia, invece…

Quando dici che non paghi il biglietto del treno ( o rubi un libro) difficilmente trovi qualcuno disposto a rimproverarti, eppure lì i servizi sono più pubblici (più utilizzati), più efficaci….Ci sarebbero più motivi per rimproverarti…Invece no! Pas de question! C’est la democrazie français! Pas de culpabilitè, di sensi di colpa cattolici, oppure sono più….striscianti? Ci sarebbe da fare uno studio serio. Quali sono le caratteristiche psicologiche? Il modo di sentire il “servizio pubblico”? Le conseguenze sulle persone (ci sarebbe da legger Baumann, Voglia di comunità, o anche Dentro la globalizzazione, le conseguenze sulle persone). La questione è che in Francia hai l’impressione che tutto vada bene…che ci sia un velo che è meglio non intaccare…Un velo di bienetre..Poi però è il paese con il maggior numero di antidepressivi venduti, al primo posto in Europa (o nel mondo?), bella la battuta di quel ragazzo francese che ruba libri per combattere la depressione….La questione del treno è significativa: quando uno dice che non paga il treno, ci sarebbe da indagare, da scavare, “perché non paghi il treno se i servizi sono efficienti ecc. ecc.?” La spiegazione sta nel fatto che si vuole lasciare le cose per come stanno…(complicità passiva che Gandhi stesso, pur essendo noviolento, deplorava, e preferiva una reazione violenta a una passività complice dello status quo)

Oui, c’est comme ça, se si scavasse, si scoprirebbero cose interessanti…Si scoprirebbero, per esempio, le conseguenze sulle persone, le “soluzioni” proprie e altrui, pubbliche e private, fino ad arrivare alla RATP, Rete per l’Abolizioni dei Trasporti a Pagamento. E’ un’esperienza circoscritta nella regione dell’Ile de France, la regione che comprende anche Parigi (o tutto il territorio parigino?) Un trasporto gratuito? Non è così semplice, né così banale come il titolo potrebbe far pensar. Infatti il libricino parla di diverse testimonianze e di esperienze volte a spiegare certi meccanismi incatenanti del sistema trasporti pubblici, in cui il pagamento del biglietto si configura sempre di più come un simbolo di oppressione sociale e politica. C’è anche un interessante intervista a un ministro dei trasporti che spiega certi meccanismi nascosti del sistema dei trasporti pubblici. Interessante la testimonianza di un collettivo senza biglietto di Bruxelles, e dei collegamenti e colloqui tra viaggiatori e ferrovieri del Belgio.

Reseau pour l’Abolition des Trasports Payants, Zéro euro, zéro fraude, Trasports fratuits pour toutes et tous, Editions du monede libertaire-Alternative libertaire

in treno senza biglietto tra italia e francia, fine luglio 2009

In treno fra Italia e Francia…senza biglietto

Ho viaggiato lungo queste tratte nel giro di dieci giorni: Genova-Avignon, Avignon-Lyon, Lyon- Chalon sur saone, e poi ritorno a Genova, ho sostato per sei giorni ad Avignon e due giorni e due notti a Chalon, una notte l’ho passata a Ventimiglia per aspettare il treno perché ero arrivato dopo le 22,30 e dopo quell’ora da Ventimiglia non ci sono più treni per Nice(Nizza). Non ho mai pagato il biglietto, un’”imbattibilità” del genere non mi era mai capitata, viaggiando così frequentemente, nel giro di pochi giorni, tra Francia e Italia (ma soprattutto in Francia). La mattina di martedì 28 luglio sono ripartito da Avignon per Genova, ho sbagliato treno, ho preso un treno per Montpellier pensando che passasse da Marsiglia invece no, sono sceso a Nimes e lì ho aspettato il treno per tornare ad Avignon, perché, al contrario di come mi diceva il controllore, e cioè che c’erano parecchi treni per Marsiglia da Nimes, in realtà ce n’era uno alle 13,30, e io ero a Nimes alle 11,30! Ho aspettao il treno delle 12 e qualcosa per Avignon. Durante il viaggio e durante le attese ho scritto gran parte dei diari di quei giorni, impressioni, cose “intriganti” (o che io ho giudicato tali). Eccone alcune

La differenza in fatto di treni (senza biglietto) tra Italia e Francia. Come vivono i francesi il loro rapporto coi treni? E come vivono gli italiani il loro rapporto coi treni italiani? Se non paghi il biglietto in Italia, e lo espliciti, scatta qualcosa che ha dell’assurdo, dell’irrazionale…Attenzione, qua stiamo andando nella psicologia del controllo sociale sottocutaneo, è di pochi giorni fa la notizia che la Francia sta aumentando i controlli satellitari per quanto riguarda le intercettazioni telefoniche e via mail, in quell’articolo pubblicato da Le Figaro, (credo il 28 luglio, il giorno della mia partenza da Avignon), si dice che le intercettazioni di questo tipo, in Francia, sono quindici volte inferiori a quelle che avvengono in Italia! E, en passant, l’Italia è forse l’unico paese europeo dove per connetterti a internet in un luogo pubblico (internet point, internet cafè, biblioteca ecc.), ma anche per telefonare da un phone center, devi mostrare un documento di identità, cioè ti devi fare schedare, questa cosa andava detta perché pertinente alquanto con la questione delle intercettazioni.

Ma torniamo al treno. In Italia c’è pochissima gente che viaggia in treno con una certa frequenza. E’ il peese europeo in cui si comprano più automobili. Il messaggio indiretto dell’italiano medio è: a noi del treno non ce ne fotte una minchia! E’ sporco, sempre in ritardo, non ci possiamo fare niente, ci convertiamo all’automobile privata. Il treno non è una loro causa, non è una causa (né una casa!) degli e per gli italiani! Non li concerne. Non li concerne (ma è un controsenso, una violenza, non può non interessarli, ma siamo sul piano dell’alienazione ) la condizione dei macchinisti, i licenziamenti, gli “agenti unici”, le pressioni per mantenere il silenzio e i licenziamenti per i ferrovieri che “parlano” (e poi scassano i coglioni con la retorica di mafia e antimafia. Questi “trattamenti” da parte delle dirigenze della ferrovia nei confronti dei dipendenti, come li chiamiamo? Mafiosi? Ultramafiosi? O dobbaimo inventare altre parole?).

In Francia, invece, c’è un utilizzo diffuso dei treni. Però costano di più che in Italia. Un di più che, però, rapportato alla qualità ed efficienza dei servizi garantiti, non è poi così male (considerate anche le varie riduzioni, agevolazioni e così via). In Italia è noto a tutti il livello catastrofico di Trenitalia (ma non lo è in modo vissuto quotidianamente sulla propria pelle). La cosa misteriosa sta nel fatto che, se in Italia dici che non paghi il biglietto, ti può capitare di sentirti rimproverato. E la cosa più misteriosa è che ti rimproverano quelli che (quasi tutti potenzialmente, in base al discorso dell’utilizzo privato dell’automobile di cui prima) il treno contribuiscono ad affossarlo e perché non lo utilizzano e perché non sanno e non vogliono sapere nulla (ignoranza colpevole, perché è in gioco una cosa pubblica che riguarda tutti) di ciò che succede nel mondo della ferrovia. Spesso, appunto, quelli che rimproverano, sono i più “rimproverabili”, come se, indirettamente e perversamente dicessero: “Io mi faccio schifo, mi sento deresponsabilizzato, decerebrato, meschino e impotente, privato e deprivato di un mio diritto e dovere pubblico”, però tutto ciò lo scaricano su chi porta a galla questa ferita pubblica, dicendo, per esempio “Io non pago il biglietto in modo consapevole” di ciò che questo può significare a livello di liberazione individuale e collettiva.
In Francia, invece…

Quando dici che non paghi il biglietto del treno ( o rubi un libro) difficilmente trovi qualcuno disposto a rimproverarti, eppure lì i servizi sono più pubblici (più utilizzati), più efficaci….Ci sarebbero più motivi per rimproverarti…Invece no! Pas de question! C’est la democrazie français! Pas de culpabilitè, di sensi di colpa cattolici, oppure sono più….striscianti? Ci sarebbe da fare uno studio serio. Quali sono le caratteristiche psicologiche? Il modo di sentire il “servizio pubblico”? Le conseguenze sulle persone (ci sarebbe da legger Baumann, Voglia di comunità, o anche Dentro la globalizzazione, le conseguenze sulle persone). La questione è che in Francia hai l’impressione che tutto vada bene…che ci sia un velo che è meglio non intaccare…Un velo di bienetre..Poi però è il paese con il maggior numero di antidepressivi venduti, al primo posto in Europa (o nel mondo?), bella la battuta di quel ragazzo francese che ruba libri per combattere la depressione….La questione del treno è significativa: quando uno dice che non paga il treno, ci sarebbe da indagare, da scavare, “perché non paghi il treno se i servizi sono efficienti ecc. ecc.?” La spiegazione sta nel fatto che si vuole lasciare le cose per come stanno…(complicità passiva che Gandhi stesso, pur essendo noviolento, deplorava, e preferiva una reazione violenta a una passività complice dello status quo)

Oui, c’est comme ça, se si scavasse, si scoprirebbero cose interessanti…Si scoprirebbero, per esempio, le conseguenze sulle persone, le “soluzioni” proprie e altrui, pubbliche e private, fino ad arrivare alla RATP, Rete per l’Abolizioni dei Trasporti a Pagamento. E’ un’esperienza circoscritta nella regione dell’Ile de France, la regione che comprende anche Parigi (o tutto il territorio parigino?) Un trasporto gratuito? Non è così semplice, né così banale come il titolo potrebbe far pensar. Infatti il libricino parla di diverse testimonianze e di esperienze volte a spiegare certi meccanismi incatenanti del sistema trasporti pubblici, in cui il pagamento del biglietto si configura sempre di più come un simbolo di oppressione sociale e politica. C’è anche un interessante intervista a un ministro dei trasporti che spiega certi meccanismi nascosti del sistema dei trasporti pubblici. Interessante la testimonianza di un collettivo senza biglietto di Bruxelles, e dei collegamenti e colloqui tra viaggiatori e ferrovieri del Belgio.

Reseau pour l’Abolition des Trasports Payants, Zéro euro, zéro fraude, Trasports fratuits pour toutes et tous, Editions du monede libertaire-Alternative libertaire

venerdì 2 ottobre 2009

gli autobus blindati per i clandestini di Milano

Domenica scorsa, di sera, alla libreria Calusca di Milano, era il 27 settembre, ho raccontato, con chitarra e voce, una Milano fatta di autobus come la '95, '90 e '91, pieni di gente di africa e di america latina, america latina e galeano, e vene aperte sotto banco, e clandestino mi sento nel fianco, come dice la canzone. L'altro ieri mattina, sulla prima pagina di Repubblica, la notizia delle applicazione della legge che considera reato la clandestinità, il non avere i documenti a posto! Gli autobus blindati e i vigili che hanno fatto un centinaio di multe e portato in questura circa 14 persone non europee e senza documenti di soggiorno. E' una notizia che fa ribollire il sangue nelle vene, ma nella normalità di cui parla la rivista Nonostante milano, una normalità che ci anestetizza, tutto ciò passa in cavalleria, fa parte della quotidianità accettata, subita, come scriveva Bianciardi in alcuni passi de La vita agra, testo utilizzato per costruire il monologo Milano chim'era, che è quello presentato alla libreria Calusca domenica scorsa. Un monologo che, per certi versi, son contento che sia attuale, che abbia colto degli elementi e degli aspetti tristemente reali: il sentirsi clandestino nel fianco (ma quando hos critto le parole di quella canzone non pensavo che le nostre città fossero arrivate a concepire gli autobus blindati per rinchiuderci i clandestini, come sta avvenendo a Milano!). Qual' è una via d'uscita possibile? Quella che io sto percorrendo, e che non propongo, ma voglio utilizzare come spunto di riflessione. A proposito di autobus, ma anche di treni, nel monologo si parla, di striscio, di uno che non paga il biglietto del treno e che si confronta con un suo amico psicologo e questi gli spiega che l'insistenza degli altoparlanti di trenitalia che ricordano il dover di pagare il biglietto, e di contro la rarità dei controlli effettivi, è paragonabile alle telecamere sempre più presenti nelle nostre città: il messagio che ci danno è: ti stiamo guardando, forse non ti vediamo mai, ma forse sempre! Io non pago il biglietto, quando posso, da diverso tempo, sia sui mezzi pubblici metropolitani che sui treni di Trenitalia. Nell'Ile de France, la regione di Parigi, c'è un coordinamento di gente che non paga i biglietti, ma anche a Bruxelles. Hanno pubblicato un pò di libri per raccontare queste esperienze, che parlano di collegamento e alleanza con le oppressioni di vario tipo: ferrovieri trattati come macchine, viaggiatori trattati come bestie! Una delle cose che si trova in un libro stampato dal coordinamento francese, è che pagare il biglietto del treno o dell'autobus urbano è una forma di ricatto sociale, non ha niente o quasi niente a che vedere con fattori economici. Infatti, in quel libretto, c'è scritto e spiegato, nei dettagli, che il biglietto incide al 12% delle entrate di un Azienda di trasporti ferroviari o metropolitani, gli introiti maggiori sono sostenuti dai Municipi (più per i trasporti urbani che per quelli ferroviari), dalle Regioni, dallo Stato, dalla pubblicità, dagli affitti dei negozi, edicole e ristoranti o grandi negozi....Qualcuno può pensare che è molto difficile sbloccare certi meccanismi, difendendosi con fattori legalisti o moralisticheggianti, ma in verità si tratta di liberarsi soprattutto mentalmente, e questo è davvero difficile, certo, per prima cosa bisogna far fuori i fattori legalisti e moralisti, e anche quello è un lavoraccio, ma quando uno si libera è tutta un'altra cosa, soprattutto se è una liberazione che coinvolge anche altri, non fine a se stessa, "altri" nel senso di consapevolezza, non è che bisogna tenersi per mano, anzi, bisogna liberarsi individualmente, coscienti del legame inscindibile che c'è tra ognuno di noi, soprattutto guardando verso il basso, dove ci sono quelli che pagano di più, e pagano anche perchè noi stiamo a guardare, anche perchè noi ci ostiniamo a difendere le nostre "paure", senza provare a smontarle...La liberazione è alla portata di tutti e di ciscuno, l'importante è cominciare, come c'è scritto in una pagine della Rivista Nonostante Milano, che Agro e Lauro, l'11 marzo, in Corso Buenos Aires, stavano leggendo, prima che Lauro fosse arrestato insieme agli altri 44 antifascisti...ma questo è il monolog, è letteratura, o forse no? Forse è un racconto-verità, che serve anche quello a sbloccare qualcosa, altrimenti rimane...loontano...e fionisce di essere racconto epico, cioè vero, di popolo che vuole insorgere, e diventa fiction...sterile, avulso, io non voglio che sia così, io non ho capito niente del teatro e della letteratura? Come non avevano capito niente Sciascia, Buttitta, Rosa Balistreri? O siamo noi ad avere capovolto i parametri, a esserci rinchiusi nella fiction e ad accettare l'incapacità di muovere le cose, noi qui e ora, a Milano, il 30 settembre 2009, lì, mentre i vigili controllano e rinchiudono i clandestini negli autobus blindati?

sabato 15 agosto 2009

dare un senso al viaggio come sradicamento continuo?

se il sonno accumulato e arretrato delle ultime tre notti me lo permetterebbe, io proveri a dare un senso al viaggio come sradicamento continuo, come rottura di tutte le abitudini...Una cosa é certa: io non sono fatto per viaggiare! Altrimenti non andrei nel pallone dopo due o tre notti all'adiaccio; non vivrei la dimensione negativa, o non la accentuerei come mi viene da fare, perché se racconto gli incontri di queste notti, é chiaro che verrebbe fuori la dimensione positiva e impagabile di queste nottate passate a chicchierare, ridere, dormicchiare, cantare, suonare la chitarra, con gente di Parigi, di Tours, dell'Inghilterra ecc. E poi sono vecchio, diciamocelo, certo, ho scritto un quaderno intero solo ieri, tra ieri mattina e sta mattina, ho riempito 95 pagine di quaderno...E questo non mi basta a dare un senso al viaggio, magari col senno di poi mi basterà, quando avro' recuperato le energie...La cosa che mi fa paura, e cioé mi da vertigine, é il fatto che mi abbandoni al ritmo del viaggio senza meta e senza programma, ma in verità un programma c'é, e anche rigido, solo che....non so come spiegarmi forse...E' come se fossi in vacanza perché ne sento il bisogno, ma al tempo stesso mi sento in colpa perché vorrei lavorare, ma il mio corpo lo sa, lo sente, e allora mi porta da un punto all'altro, per svuotarsi, certo, é pericoloso per certi versi, ma é un rituale, é un rito purificatore, di cui in parte non ho ancora preso coscienza né della sua importanza né della sua ritualità, appunto...A volte mi sembra una fuga fine a se stessa, infatti quando scrivo decine e decine di pagine, e disegno e faccio ritratti ad acquerello e a graffite, mentre viaggio, assaporo il senso del viaggio, sembra banale, ma soprattutto quando scrivo, e canto o suono la chitarra, assaporo il senso del viaggio, quel senso che rischio di perdere se viaggio sempre negli stessi posti con gli stessi motivi (fare ritratti per campare in Liguria, presentare il monologo al festival di Avignon e di Chalon), c'é un bisogno inespresso, enorme, almeno io lo sento, di perdere tutto, periodicamente, di tornare alle origini, per purificarmi, e a volte mi sembra strano, mi dico che sono troppo vecchio per fare certe cose, e vedo intorno a me, pero', tanti come me, che viaggiano cosi', magari sono pochi gli italiani, perché gli italiani non sono abituati a viaggiare, gli italiani emigrano, come diceva Paolo Conte, eppure io vivo tutto questo dramma, da italiano e da siciliano, lo sento dentro, é per certi versi penoso doverlo sentire cosi tanto presente, magari sono persone che ti sono vicine a riportarti tutto questo provincialismo, o sono io che ce l'ho dentro e lo sento esplodere quando qualcuno a me vicino mi fa notare l'esagerazione che a suo dire sta in certe forme di viaggio...

e penso a Margherite Yourcenaire, a quello che ha scritto nel libro Memorie di Adrianoe che io ho riportato nel mio carnet de voyage più completo che fino ad ora abbia realizzato, e penso anche al fatto che forse, uno degli elementi che segnalano l'immiserimento di un popolo, di quello italiano nella fattispecie, é la tendenza verso le derive irrazionali (credenze irazionali dogmattiche, che siano di natura paracattolica, come la papolatria e la padrepiolatria, ma anche tendenze orientaliste che bloccano le emozioni facendo finta di liberarle), da un lato, e dall'altro il rifiuto del viaggio, il disprezzo del viaggio come rottura di abitudini...Una volta, mi racconto' una mia amica, a un corso di interculturalità, uno psicologo consigliava ai partecipanti al corso, di andare in un paese di cui non si conosce la lingua e provare a rimanerci un giorno o due senza soldi....Per immedesimarsi nella condizione di straniero...Cioran scriveva: "Che nessuno cerchi di vivere se non ha fatto l'qpprendistato di vittima"; Io, a tutti quelli che mi riportano certi limiti e dogmi incoscienti, direi: "Come possiamo definirci viventi se non perdiamo le nsotre certezze? almeno una volta ogni tanto"...Ricordo che P., un mio compaesano, consigliava, a chi aveva paura di animaletti come topolini o insetti di campagna, di andare ad abitare da solo per una settimana in una casa di campagna, povera e sperduta possibilmente, e cosi avrebbe superato la paura....Io vorrei proporre un percorso: viaggiare senza biglietto e senza sapere dove dormire, di città in città, per almeno una settimana all'anno, in un paese europeo,....Non é una proposta questa, credo sia, anche se credo sia troppo tardi per dirlo, una base, un preliminare, un requisito di base per fare qualsiasi altra cose, per vivere, ma io sono troppo vecchio per dire e fare certe cose, troppo in colpa mi sento, troppa vertigine mi assale, troppo sonno arretrato, sono troppo italiano, io non mi sento italiano, ma per fortuna o purtroppo lo sono, cantava Gaber....un'ultima cosa volevo aggiungere: il viaggio solitario e senza punti di appoggio psicologici (una settimana all'anno almeno), é un'esperienza mistica e spirituale molto forte, una base e un antidoto a tante derive irrazionali occidentali e orientali sempre più dilaganti ai giorni di oggi...e un altro consiglio, a tutti quelli che credono che fare certi viaggi sia superato, adolescenziale, ecc.: "sentitevi umiliati e bisognosi di certi passaggi, e fatevi aiutare da chi vi puo' aiutare a intraprendere un cammino in tal senso, magari con certe letture, per esempio Opinioni di un clown, di H. Böll, é un buon libo che aiuta a capire certi passaggi che riguardano il senso dello sradicamento e della vita come arte strada ma più che altro come arte di...movimento, antonio capanno

giovedì 30 luglio 2009

voyagepouravignonfestival2009

Voyage, pour le Festival d’ Avignon 2009
Quest’anno ad Avignon, al Festival, c’è un libro che vi accompagna. Prima di partire, su internet, avevo già letto di questo libro, e anche qualche pezzo di questo libro (che si può scaricare sul sito del festival di svigno). Mi erano interessati alcuni elementi:
- Che fosse coinvolto uno scrittore e attore libanese, tale Wajdi Mouawad
- Che in un passaggio che avevo letto Mouawad parlasse di fatti di attualità come le sommosse e le rivolte della Grecia dei mesi a partire dal dicembre del 2008
Finalmente qualcuno che, pur facendo un mestiere artistico, quindi sublimante per certi versi, quindi alienante per certi versi, si (e ci) radica nel quotidiano, nei fatti e nei gesti con significati forti, “pericolosi”, mi sono detto

La cosa interessante è che lui, da libanese nato negli anni ’60, fa un excursus a partire dal ’68, passando per la guerra in Vietnam, Iran, Iraq, Kossovo, ex Jugoslavia, fino ad arrivare, appunto, alle rivolte di Atene…Questo è un punto centrale: l’elaborazione del trauma della guerra, che poi è quello dei conflitti, della violenza…E’ interessante riportare all’oggi, al vicino, al “nostro”, quello che può sembrare comodo tenere lontano, facendo finta di considerarlo , di gestirlo…ma in realtà eludendolo, prendendoci e prendendo in giro…Ora, il trauma della guerra è un trauma antico, ma noi viviamo oggi e dobbiamo cogliere alcune pertinenze contemporanee…Nel libro Il secolo breve, Hobsbauwm, riporta le parole di suo nonno, il quale diceva che a partire dal 1914 non si è più potuto parlare di pace…Certo, noi dobbiamo fare i conti con tanti traumi, noi nati nel XX secolo o giù di lì (fine ventesimo secolo…)E’ chiaro che, caricati di questi cumuli di traumi, guerre a ripetizione, e, inaudito a dirsi, destinati a una guerra infinita, abbiamo bisogno di tamponare, di rattoppare, di addormentarci il più possibile per sopportare la coscienza di tutto sto popò di roba….(sto andando a braccio, prendendola alla larga e non so dove andrò a parare) raccontare è una delle forme per cauterizzare le ferite psicologiche, l’ho imparato ai tempi della tesi di laurea sull’importanza della scrittura poetica e narrativa presso gli emigrati italiani in Belgio della seconda metà del XX secolo…Da qualche tempo mi sono preso la briga di adottare questo metodo…Ultimamente mi soto sentendo “attaccato” (mi sento attaccato anche nel senso di incollato)…a me stesso…e anche da parte di amici e, soprattutto, devo dire, ultimamente, da amiche…Soprattutto nelle ultime settimane precedenti la mia partenza per Avignon. Nel libro Voyage, c’è un passaggio che mi ha sollevato l’animo, ed è questo pezzo in cui Mouawad dice: “la mia difficoltà è consistita, precisamente, nell’attraversare questo periodo difficile in ui avevo l’impressione che raccontare storie non avesse alcun senso. Mi dicevano : <>, <>, <>, <>….fino al peggiore e più viscido <>. Tutti questi giudizi, con annesso il sapore di disprezzo celato, di sufficienza, di amicizia invidiosa, di moralismo virtuoso, ho dovuto imparare a gestire” (p.36, W. Mouawad, H. Archambault, V. Baudrier, Voyage, pour le Festival d’Avignon 2009) A pag. 49 c’è un altro passaggio che dice certe cose che io, rispetto a Mouawad, che fa questo mestiere da decenni, non ho ancora elaborato né tanto meno formulato, io che lo faccio da meno di un lustro, e comunque al suo livello non ci sono arrivato ancora e ne sono molto lontano

Lo scarabeo

Lo scarabeo è un insetto che si nutre di escrementi di animali molto più grandi di lui. Gli intestini di questi animali hanno cercato di assorbire tutto ciò che c’era da assorbire dal cibo ingurgitato dall’animale. Pertanto, lo scarabeo trova all’interno di ciò che è stato scartato il nutrimento necessario alla sua sopravvivenza grazie a un sistema intestinale di cui la precisione, la finezza e una incredibile sensibilità superano quelle di ogni altro mammifero. Di questi escrementi di cui si nutre, lo scarabeo prende la sostanza appropriata alla produzione del suo manto così magnifico che tutti conosciamo e che commuove il nostro sguardo: il verde jade dello scarabeo di Cina, il rosso porpora dello scarabeo d’Africa, il nero di jais dello scarabeo d’Europa e il tesoro dello scarabeo d’oro, mitico fra tutti, introvabile, mistero dei misteri. Un artista è uno scarabeo che trova, negli escrementi stessi della società, gli alimenti necessari por produrre le opere che affascinano e sconvolgono i suoi simili. L’artista, come uno scarabeo, si nutre della merda del mondo per il quale lavora, e da questo nutrimento abietto, arriva , a volte, a far zampillare la bellezza” (Wajdi Mouawad)