a Milano alla stazione Centrale ci hanno rotto i coglioni! Hai voglia di Grandi Stazioni! Ca già nun ci abbastava che è famosa per essere l'unica Grande Stazione senza una sala d'aspetto (ancora non ci posso credere), ma forse è molto lontana dai binari o in costruzione, ma non ci redo che non c'è! Nun ci abbastava queste e altre minchiate delle Grandi Stazioni che per farti il biglietto prima devi salire e poi scendere, però una cosa bella c'è, che c'è il tapis roulant, cioè la scala mobile piatta, cioè non so come si chiama, e a mmia mi viene comodo oggi, proprio oggi, con la bicicletta e tout le reste...però gli schermi giganti dove fino a pochi mesi fa riportavano gli orari di partenza e di arrivo, è possibile ca ora sono invasi dalle pubblicità e niente più orari di arrivo e partenza in grande? E' possibile è possibile, che con Donatella eravamo venuti giovedì scorso e lei diceva che le bruciavano gli occhi a guardare ssi minchia dis chermi giganti coi video delle pubblcità, perchè fannoi video, non solo le scritte e le immagini, un vero megaschermo, che quasi quasi viene da pensare, e certo, era spreacto un megaschermo per gli orari di partenza e di arrivo, almeno ci facciamo i video!
E siamo lì, col treno che parte fra venti minuti, e siccome non ho mangiato niente nè fatto colazione, o meglio, ho bevuto un pò d'acqua a casa di mio fratello, che la bevanda calda che bevo ogni mattina (acqua bollita con un pò di the o altri infusi)non l'ho potuta fare stamattina, un pò per la prescia un pò perchè non sapevo far funzionare i fornelli a induzione, cioè quelli che si azionano per imposizione delle mani, come diceva quello...
E allora ho il tempo di comprarmi un cornetto e partire. E il viaggio durerà quasi tre ore, da Milano a Bologna. Salgo senza biglietto. Sistemo la bici nel corridoio, nello spazio vicino al finestrino che c'è anche una ringhierina e sta bene. Sto solo attento che non ostacoli l'apertura della porta comunicante tra i due vagoni. Sistemo la ruota anteriore della bici in modo da non ostacolare il passaggio. E via. Si va. Mi siedo in un posto vicino alla porta d'ingresso al vagone anche per controllare ogni tanto la bici. Dietro di me c'è un tipo che legge Libero. Entra uno che chiede se questo treno va a Cremona. Io dico di no, ma il giovanotto pseudoquarantenne, occhiali e Libero sulle gambe, dice che per andare a Cremona di deve cambiare a Codogno, che è vicino Lodi. Risolta questa questione ci sediamo. Di fronte al tipi che legge Libero c'è un altro tipo. Il tipo che legge Libero comincia a parlare di Fini. Ovviamente, in linea col giornale che legge, attacca e smerda Fini. Il tipo di fronte a lui gli da corda. Dopo un pò mi tappo le orecchie per non sentire la voce e le minchiate che dice il tipo Libero. Anche perchè sto leggendo Storia d'Italia di Mack Smith e mi voglio concentrare. Guardo un mio pseudocoetaneo di fronte a me e ci scambiamo una smorfia del tipo "Che rottura di palle, otrebbe anche abbassare la voce". Dopo un pò, dopo Lodi, anzi, dopo Piacenza, passa il controllore. Io vado verso di lui per andare in bagno (ho davvero esigenza).Lo supero, penso non mi consideri, invece dopo un pò mi chiama. Mi chiede il biglietto. Io dico che ce l'ho al posto, "Vado in bagno e torno", lui mi dice "Va bene". Intanto più di una persona, per scendere alle varie stazioni, ha dovuto quasi forzare la porta di uscitas del treno dal lato vicino a dove sono seduto io, cioè la porta d'ingresso al tren vicina alla mia bicicletta. Ma lo dico per far capire il punto, perchè la bicicletta non c'entra, è lontana dalla porta d'ingresso del treno, o meglio, è vicina a una e lontana da un'altra, quella difettosa. Qualcuno infatti, un arabo in particolare, si fa prendere dal panico e comincia a tirare ripetutamente la leva per far aprire la porta. In realtà si apre ma molto lentamente.
Io intanto vado in bagno. Non al primo perchè la porta è difettosa, neanche al secondo perchè è tutto spruzzato di acqua, forse perchè con la pioggia e i binari bagnati entra acqua da sotto il treno, dal buco del cesso. Vado più avanti sperando di prendere tempo sul controllore. Ma deciso ad affrontarlo, il sonno e l'adrenalina e l'energia della bicicletta mi rendono sereno e inattaccabile. Torno al mio posto. Il controllore viene verso di me. Nel corridoio gli dico che non ho il biglietto e non gliel'ho detto perchè c'era altra gente e sapevo che dovevamo parlare (questo l'ho imparato da un capotrenoc he una volta mi disse che era d'accordo con il mio sciopero del biglietto NOTAV ma se glielo dicevo lontano dagli altri viaggiatori mi poteva anche fare passare, ma in presenza di altri no, infatti quella volta mi aveva lasciato passare, eravamo in Veneto, fine 2006 o inizio 2007)
Il capotreno mi dice che mi deve fare una multa da 50 euro, intanto siamo fermi a una stazione mezza abbandonata. Lui scende per comunicare con il macchinista per il segnale di partenza. "No, dico, mi faccia 5 euro di sovrapprezzo", a tipo mercato. Inizia qui il Teatro delle beffe. Lui mi dice che se lo andavo a dire subito prima di partire erano cinque euro, "Dove è salito?", "A Piacenza", rispondo. E intanto penso alla bicicletta. Se scopre che è mia mi potrebbe chiedere il biglietto anche per lei! Lui sembra poco indulgente, ma si vede che fa scena. Io gli dico che non potevo andare da lui perchè ci ho il computer e altre ose e non potevo allontanarmi dal mio posto. Lui dice che bastava che gli facessi un segno anche da lontano. E patapim e patapam mi fa un biglietto da 13 euro. Fine terza puntata, ci vediamo alla quarta. Ma no continuo a scrivere anche se sono strematiccio? Arriviamo a Bologna a orario prestabilito. Un ragazzo che avevo visto prima che era andato a fumare una sigaretta nel corridoio vicino alla mia bicicletta, e io, da siciliano diffidente quale sono, sospettavo, prima di vedere la sigaretta, che smanettasse o potesse smanettare verso la bici, ora che arriviamo a Bologna, prima di scendere mi chiede quanta multa mi ha fatto il capotreno, dico 13 euro e cinquanta, lui strabuzza gli occhi e dice "Pezzo di mmerda, a me 50 euro", e si guarda intorno per vedere se c'è ancora il capotreno e protestare, io maledico la mia sincerità da coglione metropolitano, poi lui mi dice che non la pagherà, ecco, a me mi ha fatto una piccola multa e l'ho pagata subito, a lui una grande multa ma non l'ha pagata, mi sento menoin colpa e meno a rischio. Scendiamo e camminiamo un pò lungo il binario della stazione di Bologna. L'aria è umida ma non piove, anzi c'è qualche sbrizza di sole. Dopo un pò ci separiamo. Dopo un pò io rivedo il capotreno. Benedico il momento in cui ci siamo separati con il tipo incazzatizzo. Ho un treno alle 11, 09 per Prato, secondo la tebella di marcia del giorno prima avrei avuto un treno alle 13,09 per Prato. Adesso ho una buona mezz'ora a disposizione. Vorrei comprare un panino o una piadina per il pranzo. Ma mi arriva una telefonata. E' Sonia Salsi. Mi aveva contattato poche settimane fa perchè ha fatto una tesi di laurea sulle miniere e sull'emigrazione italiana in Belgio, nel Limburgo. Io le avevo risposto e le avevo detto che passavo da Bologna. Lei mi aveva risposto che oggi per lei non sarebbe stato possibile. Ma adesso cambai programma, mi dice che può arrivare, le dico che io sono arrivato prima rispetto alla tabella di marcia, lei mi chiede se posso aspettare un altro treno e io le dico di csì, anche perchè voglio spezzare il viaggio, incontrare lei che mi ha incuriosito per la tesi e altre cose che mi ha detto via mail. Riparto dopo due ore durante le quali Sonia mi parla di lei, aspetta un bambino da un padre che non lo vuole, probabilmente torna in Belgio dopo anni di "ritorno" a Bologna, suo padre è della Garfagnana, lei si sente montagnina, come suo padre, di testa dura come i montagnards, mi vuole offrire una piadina in un chioschetto vicino la stazione, io osservo che 4,50 o 5 euro per una piadina mi sembrano troppi, lei dice che Bologna è cara. Chiudo anche perchè Luca mi offre un piatto di taglionini coi legumi, Siena, 28 settembre 2010
martedì 28 settembre 2010
teatrodelle beffe in trenitalia in bicicletta seconda puntata
intanto qualcosa l'ho omessa, per esempio che abbiamo preparato una melissa e l'abbiamo bevuta la sera prima di partire, con mio fratello e Michela, e se l'è bevuta anche lui anche se ha detto che non è stata così benefica anche se noi dicevamo che rilassa i muscoli ma il suo problema non era tanto di rilassare i muscoli quanto di altro tipo e poi prima di uscire si è preso un pò di alloro come usava fare mia madre che per lo stomaco l'alloro e il mal di stomaco dice che è miracoloso...Poi io in tutto questo ero triste e nè qui nè lì nè carne nè pesce che ero partito da Torino e mia sorella Chiara me lo diceva che i traslochi ammazzano e io avevo detto si soprattutto psicologicamente, cioè ammazzano soprattutto psicologicamente, e poi l'ultimo pomeriggio con mio fratello, Michela e Donatella in Val di Sua alla Sacra di San Michele era stato veramente il giusto suggello a un periodo di casa in affitto a Torino anzi a Collegno iniziato pochi mesi fa ma in realtà iniziato, anche se non con la casa in affitto, quattro anni e mezzo fa con i primi viaggi e i primi reportages e le marce NOTAV proprio lì vicino alla Sacra di San michele, e cioè a Venaus Bussoleno e Val Sangone...
Intanto si parte, con la busta della carta igienica in testa, una confezione di nylon strappaticcia ovviamente, che ricorda quei paesaggi di quegli uomini che colla mula o con un motorino ritornavano dalla campagna e si riparavano alla bell'e meglio in quel centro Sicilia antico e disperso e mitizzato e mercificato...
E allora il computer coperto dalla borsa di pelle si ripara un pò sotto la giacchetta di pile blu che mi metto addosso, e mi metto anche le scarpe chiuse, quindi di positivo c'è che mi alleggerisco il bagaglio perchè mi metto addosso un pò di cose che avrei dovuto portare fuori e dentro lo zaino in caso di maltempo...Milano è cupamente romantica a quest'ora ma non ho il tempo di pensarci perchè arrivo in meno di dieci minuti alla metropolitana di Famagosta...Avevo temuto affollamento per entrare dentro il treno della metro, mio fratello mi aveva detto di uscire di casa il prima possibile, io volevo uscire il prima possibile anche perchè sapevo che nella metropolitana non si può entrare con la bicicletta dopo le 8 o le 9, nel dubbio volevo arrivare prima delle 8, ma con la tensione e la paura della pioggia e di tuto il resto è andata a finire che...ma andiamo per ordine. Il treno che prevedo di prendere parte dalla stazione centrale di Milano per Bologna alle 9,20, però so che ce n'è uno alle 7,20 che non prevedo di prendere, ma sono le sei e trenta o poco più quando arrivo a Famagosta, e mi fiondo verso i treni, ma alle entrate girevoli il controllore della cabina mi fa segno di no, io mi avvicino, lui mi dice che si può entrare solo dopo le 8 di sera, io benedico la mia disorganizzazione o non preveggenza, cioè meno male che non mi sono informato prima altrimenti non sarei riuscito a partire, adesso il piccolo uoomo con giacca e pantaloni blu mi si para davanti, ma io faccio la scena del servo sofferente ma al tempo stesso deciso e quasi incazzato, "No, non può, mi rovina, devo partire a tutti i costi", lui dice che poi alla Centrale ci saranno i controlli, io dico "Allora scendo a Garibaldi", lui dice che va bene perchè a Garibaldi ci sono meno controlli ma comunque ci sono, troviamo un accordo: "Ti faccio passare ma non dire che sei entrato qui, una volta è capitato e mi hanno fatto il culo, non voglio sapere niente, non ti ho visto", timbro il biglietto ed entro, sono le 7 meno venti, non credevo che sarei riuscito a farcela, ma forse ce la faccio, a prendere quello delle 7,20. Alla Centrale ci sono i controlli concentrati vicino la cabina, io svicolo dall'altro lato, faccio difficolà a uscire con la bicicletta dalla porta girevole, sollevo la bicicletta e mi sento Hulk, c'è una donna del controllo sulla sinistra verso le entrate della linea gialla, non mi considera molto, vado via verso l'uscita, è fatta! Dio è con me e contro di me! La sera prima ho provato sensazioni di estraneità struggenti, di chi parte e cambia città e svuota una stanza e non è ne qui nè lì, avevo scritto in un foglio/diario: "In questa terra di nessuno non riesco a starci più!", che è come dire "I traslochi ammazzano?!"
(fine della seconda puntata, continua...)
Intanto si parte, con la busta della carta igienica in testa, una confezione di nylon strappaticcia ovviamente, che ricorda quei paesaggi di quegli uomini che colla mula o con un motorino ritornavano dalla campagna e si riparavano alla bell'e meglio in quel centro Sicilia antico e disperso e mitizzato e mercificato...
E allora il computer coperto dalla borsa di pelle si ripara un pò sotto la giacchetta di pile blu che mi metto addosso, e mi metto anche le scarpe chiuse, quindi di positivo c'è che mi alleggerisco il bagaglio perchè mi metto addosso un pò di cose che avrei dovuto portare fuori e dentro lo zaino in caso di maltempo...Milano è cupamente romantica a quest'ora ma non ho il tempo di pensarci perchè arrivo in meno di dieci minuti alla metropolitana di Famagosta...Avevo temuto affollamento per entrare dentro il treno della metro, mio fratello mi aveva detto di uscire di casa il prima possibile, io volevo uscire il prima possibile anche perchè sapevo che nella metropolitana non si può entrare con la bicicletta dopo le 8 o le 9, nel dubbio volevo arrivare prima delle 8, ma con la tensione e la paura della pioggia e di tuto il resto è andata a finire che...ma andiamo per ordine. Il treno che prevedo di prendere parte dalla stazione centrale di Milano per Bologna alle 9,20, però so che ce n'è uno alle 7,20 che non prevedo di prendere, ma sono le sei e trenta o poco più quando arrivo a Famagosta, e mi fiondo verso i treni, ma alle entrate girevoli il controllore della cabina mi fa segno di no, io mi avvicino, lui mi dice che si può entrare solo dopo le 8 di sera, io benedico la mia disorganizzazione o non preveggenza, cioè meno male che non mi sono informato prima altrimenti non sarei riuscito a partire, adesso il piccolo uoomo con giacca e pantaloni blu mi si para davanti, ma io faccio la scena del servo sofferente ma al tempo stesso deciso e quasi incazzato, "No, non può, mi rovina, devo partire a tutti i costi", lui dice che poi alla Centrale ci saranno i controlli, io dico "Allora scendo a Garibaldi", lui dice che va bene perchè a Garibaldi ci sono meno controlli ma comunque ci sono, troviamo un accordo: "Ti faccio passare ma non dire che sei entrato qui, una volta è capitato e mi hanno fatto il culo, non voglio sapere niente, non ti ho visto", timbro il biglietto ed entro, sono le 7 meno venti, non credevo che sarei riuscito a farcela, ma forse ce la faccio, a prendere quello delle 7,20. Alla Centrale ci sono i controlli concentrati vicino la cabina, io svicolo dall'altro lato, faccio difficolà a uscire con la bicicletta dalla porta girevole, sollevo la bicicletta e mi sento Hulk, c'è una donna del controllo sulla sinistra verso le entrate della linea gialla, non mi considera molto, vado via verso l'uscita, è fatta! Dio è con me e contro di me! La sera prima ho provato sensazioni di estraneità struggenti, di chi parte e cambia città e svuota una stanza e non è ne qui nè lì, avevo scritto in un foglio/diario: "In questa terra di nessuno non riesco a starci più!", che è come dire "I traslochi ammazzano?!"
(fine della seconda puntata, continua...)
teatro delle beffe in bicicletta in trenitalia, diario di un viaggio divertente infinito e piovigginoso in treno da milano a Siena fine settembre 2010
mi sveglio alle cinque e qualcosa. Fuori piove, o no? All'inizio mi dico che non è proprio rumore di pioggia. Me lo dico per farmi coraggio, perchè se piove oggi per me è finita! Poi il rumore mi sembra di pioggia, allora mi dico: è finita! Comincio a bestemmiare, maledico il mondo e la sua volontà, Nic e Shopenauer, bestemmio, mi dico che oggi non potrò partire, un giorno in più a Milano...sarebbe un incubo, anche perchè sono pronto a partire, tutto pronto, dovrei disfare bagagli, chiedere un'altra notte di ospitalità a mio fratello, che in realtà questa notte mi ha ospitato piacevolmente, siamo stati a ridere e a chiacchierare con lui e M., la sua fidanzata, ieri sera, anche se a lui faceva male un pò la pancia e aveva la pancia gonfia, è andato in bagno un pò di volte prima di uscire con lei, infatti mi ha lasciato da solo a casa sua, nel suo lettone, la luce della lampada fioca, la storia di Donna Aldonza e Bellupedi mi ricorda di quando, anni fa, la disegnai e la dipinsi, in parte a casa di Mariella, in parte a casa mia, e adesso è lì, incorniciata, una storia che parla di corna medievali, e di vendette baronali, sei scene, una storia di cantastorie, l'anno scorso acquistando quella storia mio fratello mi ha permesso di cominciare a pagare l'affitto a Genova, il primo mese, il primo affitto serio (?), fino ad allora avevo presoin affitto solo una volta una stanza, anzi, una mansarda a settanta euro al mese, sugli appennini, tra Bologna e Prato, settanta euro ci valeva? Considerai i 7 metri quadri (o forse qualcosa in meno o in più) e il pavimento di cartone pressato, non so...però c'era la vista sugli appennini!
Allora stavamo dicendo, verso le sei scendo a spostare la bicicletta che si sta bagnando, e l'uscita è disperata (non ho ancora deciso se partire o no) ma liberatoria: mentre sposto la bicicletta in uno spazio riparato, tra cantine e garages, i sensori muscolari mi annunciano che non piove o piove poco, sbrizzulìa, che il rumore che mi sembrava del vento è dei camion che passano, che l'aria è temperata, cioè il clima...allora decido di partire...In realtà sono riflessioni ridicole, perchè devo fare meno di dieci minuti in bicicletta, Michela la sera prima mi aveva detto dieci minuti, ma io ce ne ho messi prima, solo che con lo zaino in spalla, il computer a tracolla e un sacchetto di plastica...mi sentivo in pericolo, proiettavo ansie e pericoli logistici, cadute in mezzoall'acqua con la bicicletta, il computer che si schiantava sull'asfalto, io tra Fantozzi e Orzowey! Proiezioni di paure di area materna? MA anche mia sorella non ci scherza, con tutti quei meteo che si vede poi diventa meteoterrorizzate e meteoterrorista!
E allora via, si parta, prima di uscire di casa prendo dal bagno di casa una confezione di carta igienica, vuota ovviamente, rimaneva solo un rotolo che lo lascio sul mobiluccio del bagno, prendo altri due pezzi di nylon che ci sono vicino la porta d'ingresso, poi prendo l'ascensore con il mio carico di zainone tecnico, sacchetto di stoffa pieno di libri e riviste e altre cose quotidiane e borsa di pelle che contiene computer ancora da finire di pagare...fine prima puntata, continua dopo
Allora stavamo dicendo, verso le sei scendo a spostare la bicicletta che si sta bagnando, e l'uscita è disperata (non ho ancora deciso se partire o no) ma liberatoria: mentre sposto la bicicletta in uno spazio riparato, tra cantine e garages, i sensori muscolari mi annunciano che non piove o piove poco, sbrizzulìa, che il rumore che mi sembrava del vento è dei camion che passano, che l'aria è temperata, cioè il clima...allora decido di partire...In realtà sono riflessioni ridicole, perchè devo fare meno di dieci minuti in bicicletta, Michela la sera prima mi aveva detto dieci minuti, ma io ce ne ho messi prima, solo che con lo zaino in spalla, il computer a tracolla e un sacchetto di plastica...mi sentivo in pericolo, proiettavo ansie e pericoli logistici, cadute in mezzoall'acqua con la bicicletta, il computer che si schiantava sull'asfalto, io tra Fantozzi e Orzowey! Proiezioni di paure di area materna? MA anche mia sorella non ci scherza, con tutti quei meteo che si vede poi diventa meteoterrorizzate e meteoterrorista!
E allora via, si parta, prima di uscire di casa prendo dal bagno di casa una confezione di carta igienica, vuota ovviamente, rimaneva solo un rotolo che lo lascio sul mobiluccio del bagno, prendo altri due pezzi di nylon che ci sono vicino la porta d'ingresso, poi prendo l'ascensore con il mio carico di zainone tecnico, sacchetto di stoffa pieno di libri e riviste e altre cose quotidiane e borsa di pelle che contiene computer ancora da finire di pagare...fine prima puntata, continua dopo
giovedì 16 settembre 2010
Ritratto di un uomo del due o del tre
"Il diffondersi assai rapido del Socialismo, la sua apparizione come partito parlamentare, l'assorbimento da parte sua di molto di ciò che vi ha di meglio nella vita e nel pensiero nazionale, costituiscono il fatto principale dell'odierna politica italiana. un movimento che dieci anni fa esisteva appena, ora è nella sua maggiore forza di vita; e il suo entusiasmo, la sua abilità e capacità di adattamento provano come il genio politico sia ancora possente in Italia".
"Ha vistu cchi c'è scrittu ccà?", disse Angelo all'uomo più giovane di almeno dieci anni. Erano seduti attorno a un tavolo di legno grezzo. "Lu socialismu arriniscì a purtari geniu politico possente in Italia. E chistu lu scrivivanu a lu sestu convegnu di lu partiti sucialista italianu, orchi trent'anni fa, nni lu 1900 o 1901 si nun mi sbagliu.
"Si zi A'", disse il giovane con l'espressione accondiscendente ma non troppo. "Però secondo me s'ascuntavamu a l'anarchici, a Bakunin e a Malatesta iera migliu".
"Ma quali Bakunin e Malatesta", disse Angelo. "Malatesta...ha vistu ca lu dici lu stessu nnomi...chissu aviva na malatesta!"
"Lassassi perdiri zi A', ca a li proprietarii l'anarchici li ficiru scantari, infatti lu guvernu appruvà li liggi antianarchiche".
"Gna sì Sarì
"Ha vistu cchi c'è scrittu ccà?", disse Angelo all'uomo più giovane di almeno dieci anni. Erano seduti attorno a un tavolo di legno grezzo. "Lu socialismu arriniscì a purtari geniu politico possente in Italia. E chistu lu scrivivanu a lu sestu convegnu di lu partiti sucialista italianu, orchi trent'anni fa, nni lu 1900 o 1901 si nun mi sbagliu.
"Si zi A'", disse il giovane con l'espressione accondiscendente ma non troppo. "Però secondo me s'ascuntavamu a l'anarchici, a Bakunin e a Malatesta iera migliu".
"Ma quali Bakunin e Malatesta", disse Angelo. "Malatesta...ha vistu ca lu dici lu stessu nnomi...chissu aviva na malatesta!"
"Lassassi perdiri zi A', ca a li proprietarii l'anarchici li ficiru scantari, infatti lu guvernu appruvà li liggi antianarchiche".
"Gna sì Sarì
mercoledì 26 maggio 2010
prossime date di racconti e canti teatrali ed veritieri
Magenta, Ideal Pub, Viale Piemonte, 10, ore 21,30,
AMICO TRENO...NON TI PAGO!, narrazioni di viaggi con biglietto autogestito, di e con voce e chitarra di angelo maddalena
11 giugno, ore 19,00, Libreria del mondo offeso, Canzoni per partire, voce e chitarra di angelo maddalena
13 giugno, Amico treno non ti pago, Circolo Brusciana, Empoli
24 giugno, Amico treno non ti pago, Circolo Montemagno, Calci(Pi)
AMICO TRENO...NON TI PAGO!, narrazioni di viaggi con biglietto autogestito, di e con voce e chitarra di angelo maddalena
11 giugno, ore 19,00, Libreria del mondo offeso, Canzoni per partire, voce e chitarra di angelo maddalena
13 giugno, Amico treno non ti pago, Circolo Brusciana, Empoli
24 giugno, Amico treno non ti pago, Circolo Montemagno, Calci(Pi)
sabato 15 maggio 2010
suasantità (o mia o nostra o vostra o loro!)
Da Padova a Torino e ritorno…per vendere l’anima cantando? Con Sant’Antonio dietro la porta, e incontri con Santi e Briganti…E già, e già…questo viaggio comincia subito tra magìa, mostruosità e incontri di Cristo in croce, già alla stazione di Porta Nuova, prima di partire, ci sono bandiere dei sindacati dei ferrovieri, una sigla mai vista, ma che fa capo all’Orsa, chiedo a un ferroviere, “è stato ammazzato un operatore della pulizia dei treni”, sembra sia stato un barbone, lo ha accoltellato, mi dice il compagno ferroviere…E c’è umido a Torino oggi, parto col maglioncino, evito di portare la giacchetta di pile, anche perché fino a fine gennaio o quasi sono andato avanti con la sciallina iraniana, figuriamoci ora che è fine aprile, allora mi sento più leggero, e sul treno, un Intercity, io non ho il biglietto, mi sistemo in seconda classe, poi mi sposto nella carrozza di prima classe…all’inizio, al primo posto sulla mia destra, c’è una donna che avevo visto prima di salire, mi sembrava un volto familiare, le chiedo se è possibile che io l’abbia già vista, o che lei mi abbia già visto, a forza di viaggiare in certi treni, o comunque bazzicando a Torino, facendo ritratti per strada, sai com’è?, allora lei mi dice “Forse mi hai visto sul giornale o in televisione?”, ha un viso pulito, vagamente sensuale, ma di una sensualità limpida, occhi chiari e belli, “Ma lei è Giuliana Sgrena?”, “Sì”, e allora mi siedo davanti a lei. Cominciamo a chiacchierare. Io non ho il biglietto neanche per la seconda, figuriamoci per la prima. Vado a prendere i bagagli e la chitarra e li porto lì, sopra le testa di Giuliana Sgrena. Poi chiacchieriamo un po’. Mi dice che è stata a Bussoleno e sta andando a Bassanod del Grappa per presentare il suo ultimo libro Ritorno in Iraq (che forse si scrive con la “K”).
Poi, dopo un po’, viene una signora che ha prenotato. Quindi io mi devo alzare. Torno al mio vagone al mio scompartimento semideserti. Intanto ho i bagagli al sicuro sotto la testa e lo sguardo di Giuliana. Arriviamo a Milano, io non hoa vuto modo di incontrare il capotreno e non posso fare il biglietto né posso parlare col capo treno delle recenti trattativre sindacali, scioperi, vertenze dei ferrovieri. A Milano scendiamo insieme, io e Giuliana. In teoria potremmo prendere lo stesso treno per Verona, ad Alta Velocità, ma io mi sento già graziato, meglio autodisciplinarsi anche nella pirateria, o clandestinità, o ammutinamento ferroviarii. Quindi preferisco prendere un treno regionale. Sul regionale per Verona vedo una giovane ragazza e mi attirano i suoi capelli, la faccia non la vedo bene, ha la testa un po’ inclinata, credo stia mangiando da una schiscietta. Mi siedo di fronte a lei. Confermo il sospetto: sta mangiando. Lei va a Brescia. Si chiama Elisa. Come l’unica donna di Brescia che ho conosciuto negli ultimi cinque anni. Le dico di questa coincidenza. Poi le parlo di Ignazio Buttitta. E lei mi dice che lo conosce! Incredibile! Una ragazza nata negli anni ‘80 a Brescia, che conosce Ignazio Buttitta. Neanche chi è nato negli anni ‘70 in Sicilia lo conosce, o quasi! Ma Brescia è avanti, infatti l’anno scorso quando facevo ritratti a Sestri Levante se era per i milanesi non vendevo neanche un ritratto, me li compravano i bresciani e quelli di Lecco!
Poi chiedo a Elisa di raccontarle, riassumendola, la vita di Buttitta. Mi serve per il concerto che farò il 30 alla mela di Newton a Padova. E lei mi dice che va bene. Dico che Buttitta è nato nel 1899, e lei, Elisa, irrompe con un “Ah, era uno dei ragazzi del ‘99”, e io non so chi erano, e lei sì! Due a zero! Le dico che lei è troppo preparata per la sua età, quasi mi commuovo. Lei mi dice “ma solo due cose”. Poi io miallontano che arriva il controllore. Poi, più in là il controllore mi ferma. Mi fa un biglietto da Chiari a Verona, 9 euro, lui è dell’Orsa, io pure! Torno al posto, racconto a Elisa l’accaduto, poi lei scende, a invito per lo spettacolo a Milano del 12 maggio, Milano chim era, forse viene, forse no, poi per mail mi dice che magari viene e dorme dal suo ex coinquilino, io le dico che può dormire da mia sorella o da mio fratello.
Il ragazzo che cantava come Dio Gaetano
A Padova, dalla stazione vado verso il centro, per incontrarmi con Alvise, che mi ospiterà in questi giorni.
In centro, camminando, a un certo punto vedo un ragazzo che suona la chitarra e canta. Poche persone lo ascoltano, praticamente nessuno. Un pazzo, mi dico. Mi avvicino. La gente passa davanti al ragazzo, indifferente, o quasi. Due persone lo ascoltano, ma da lontano. Mi fermo a pochi passi da lui. Appoggio i bagagli a un grande vaso che c’è dall’altra parte della strada. Dentro il vaso c’è una palma. Fa caldo oggi a Padova, da torino son partito che era umido, già a Milano il cielo era azzurro e dopo Milano il sole splendeva e riscaldava parecchio l’aria e le cose. Mi appoggio e mi riparo dal sole sotto la palma. Il tipo con il pizzetto, cappelli ricci scarruffati, un po’ alla Caparezza, ha una chitarra metallizzata acustica. Canta e suona brani suoi, ogni tanto si ferma e spiega brevemente l’origine della canzone. Mi incanta. Anche altre tre o quattro persone rimangono a guardare e ad ascoltare. Dopo un po’ canta Escluso il cane di Rino Gaetano. Vorrei dargli cinque euro. Gliene do due. Nella custodia della chitarra ci sono poche monete, una da due euro una o due da un euro e qualche altra da cinquanta centesimi e altre minutaglie. Il crimine più grande della modernità è la guerra all’economia di sussistenza, all’arte di vivere in strada, penso ricordando le righe del libro che ho iniziato a leggere prima di partire, Il genere e il sesso di Ivan Illich. A un certo punto, dopo un po’ di canzoni che incantano ma applaudo solo io, che nel frattempo mi sono avvicinato e seduto vicino a lui, arriva una ragazzina, una frega come direbbero a Perugia, una gagna a Torino, e dice qualcosa a Jacopo (così si chiama il chitarrista cantante). Non capisco cosa vuole. Mi avvicino. Capisco che gli ha chiesto di smettere di cantare e suonare. Dico alla ragazza che se si si disturba può allontanarsi. Lei, che insieme da altri cinque o dieci della sua età (15-20 anni al massimo) sonos eduti a quindici metrti di distanza. Mi dice che è svenuta e si disturba. Io, coglione, le chiedo anche scusa, per non aver capito. Subito dopo mi rendo conto della beffa. Sono mafiosetti giovanissimi padovani, che per gioco hanno deciso di rompere i coglioni a Jacopo. Li guardo da lontano. Sono tutti seduti a quindici o venti metri da noi. Non c’è motivo razionale per chiedere a Jacopo di smettere. Mi viene da prenderli a schiaffi e pedate nel culo. Non ho i coglioni per farlo. E trovo nei bagagli e nella chitarra una scusa per giustificarmi. Jacopo dice di lasciar perdere. Effettivamente, è peggio la mafia di questi gagni di merda, o l’indifferenza della gente che passa più o meno velocemente? E’ peggio la mafia o la modernità?
Sant’Antonio profumo di Giglio
Eccoci a Padova. Alvise abita a due passi dalla basilica. L’indomani, cioè, il mercoledì sera faccio lo spettacolo teatrale ai Carichi sospesi. Uno spazio teatrale essenziale, molto bello. Ma c’è un problema. Ho lasciato il telefonino a casa perché ultimamente mi sto disintossicando dalla telefonino mania. Peccato però che lascio anche il numero di Alvise. Allo spettacolo vengono quattro persone. Due coppie. Una di Padova, nata poco prima degli anni ‘50. Affettuosissimi. L’altra coppia è del sud, almeno lei, di Ragusa. Nati alla fine degli anni ‘70 o ai primi degli ‘80. In realtà non sono una coppia, sono due amici. Questo lo scoprirò dopo. Vado via con loro dal teatro, verso Sant’Antonio. Lei ha la bicicletta, o ce l’ha più avanti, a un certo punto, non ricordo bene. Padova è la terza città ciclabile d’Italia, dopo Ferrara e Ravenna, questo me lo dice Alvise, ma a me sembra che ci siano più biciclette e pedofili, anzi, ciclofili, a Padova che a Ferrara. A Ravenna non sono stato, a parte più di trent’anni fa che avevo sei anni e non mi ricordo niente o quasi, comunque non ricordo di aver visto bicicletta più di trent’anni fa a Ravenna. Monica e il suo amico mi lasciano alla basilica di Sant’Antonio. Io non son sicuro che ritroverò la strada per arrivare alla casa di Alvise. Mi ricordo che si attraversa un ponticello, poi si vedrà. La casa la trovo,trovo anche la porta, ma il campanello…non so quale sia, cioè il citofono. Provo a suonare due o tre nomi, ma è già l’una del mattino, evito di insistere. Fortunatamente mi ero fatto lasciare il numero di telefonino di Monica. E la chiamo. Ma non ho telefonino, le cabine ci sono ma…lontane. Due giovani passeggiatori notturni con cane mi prestano un telefonino. Monica viene a prendermi col fidanzato che non è quello che era con lei prima. Mi vengono a prendere in macchina. Dormo nel divano di casa loro. Un divano ampio. Abitano in un pied a terre con altri due o tre studenti lavoratori europei, una di Lecce, uno albanese e un altro non me lo ricordo. L’indomani vado a casa di Alvise. Trovo la fidanzata di Alvise, Anairis, franco colombiana, è carinissima, meno male che c’è lei a casa perché se no dovevo stare un’altra mezza giornata con la chitarra e lo zainetto dietro. Esco di casa nel sole, ormai è quasi ora di pranzo, è giovedì. Devo portare il diario che mia madre ha scritto tredici anni fa a Lourdes. Le avevo regalato un bloknotes per scrivere un diario quotidiano durante i tre mesi di lavoro stagionale che la attendevano. Era il 1997. Lo aveva scritto. Lo avevamo stampato e spedito all’Archivio Diaristico Nazionale di Città della Pieve, vicino Arezzo. Quello che ora è stato celebrato da un libro scritto da Mario Perrotta e lo trovate su internet e c’è anche il video. Mario Perrotta è uno dei pochi attori e autori di teatro di narrazione che ho visto dal vivo. E’ anche colpa sua se mi sono messo a scrivere e a raccontare i miei monologhi. Lui non mi ha detto niente. Io ho visto lui e mi sono sbloccato. Magari lo avrei fatto anche senza vedere lui. Comunque questo diario lo volevo portare alla casa editrice Messagero di Sant’Antonio. E’ in una via adiacente alla Basilica. A due passi da casa di Alvise. Ci sono andato il venerdì mattina. Il direttore è sceso per incontrarmi. Le ho fatto vedere il diario. E’ stato onesto e schietto. Mi ha detto le stesse cose che mi dicevano i primi editori ai quali, dieci e più anni fa, parlavo del mio racconto di venticinque pagine, Piccoli buchi nel vento. Un racconto di un viaggio in autostop da Milano a Barcellona con i camion, in autostop. Mi dicevano che 25 pagine erano poche. Anche questo mi dice la stessa cosa per il diario di mia madre che è di 23 pagine. Un diario vivo, vero, però se lei sviluppa alcuni spunti può diventare più lungo, e Piero Bogon, il responsabile del coordinamento redazionale, come c’è scritto nel biglietto da visita, ecco, Pierino Bogon mi ha detto che entro fine anno speriamo di poterlo leggere. Nel frattempo gli dico posso fargli vedere un mio manoscritto, anche quello è un diario di un viaggio, una passeggiata da Siena a Roma. Mi dice che lo aspetta. Sta mattina l’ho spedito. Ma prima di arrivare alla casa editrice, faccio una pausa pranzo. Compro un po’ di roba da mangiare in un negozio di gastronomia, dietro la Basilica, tra la casa di Alvise e la Basilica. C’è un uomo sulla sessantina nel negozio. Anche lui compra qualcosa. Ma è dietro di me. Vedo che ogni tanto mi guarda, svagatamente. Esco dal negozio e mi avvio nel sole di questo giovedì, verso la Basilica. Dietro di me c’è l’uomo sull sessantina. Mi chiede da dove vengo. I miei sandali, piedi nudi e barba lunga possono far pensare benissimo a un estremo sud, arabia, aghanistan. “Da Torino”, rispondo, per spiazzarlo. “Sei studente?”, “No, lavoro, devo fare due spettacoli qui a Padova”. “Ah, sei un attore?”, “Un narratore, all’antica”, dico, e devo ammettere che questa la posso mettere in qualche lettera di presentazione perché calza bene. Poi gli chiedo come si chiama. Marco, e tu? Angelo. Ah, come l’Angelo che c’è lassù, mi dice indicando alla nostra sinistra, sopra la Basilica, sopra un pinnacolo, se si chiama così, ma io mi ricordo del libro Il diavolo sul pinnacolo di David Maria Turoldo, un libro che avevo trovato anni addietro nella biblioteca di mia madre.
“C’è un Angelo d’oro”, mi dice, “Lassù, e gira col vento. E ci da il cambiamento del vento, del clima”.
Poi mi chiede se sono sposato. Io dico di no e lui “Male, nella Bibbia c’è scritto “Guai all’uomo solo!”, “Ma Gesù non era single?”, chiedo io e mi scappa una risata. “Sì, ma in un film si vede che con Maria Maddalena..”, dice lui, “Era sposato con Maria Maddalena?”, “No, no, tutte cazzate” fa lui, e io “Allora era single!”. Poi mi dice che a febbraio c’era una fila chilometrica davanti alla Basilica per vedere le spoglie di Sant’Antonio, come in questi giorni a Torino per vedere la Sindone. Poi mi invita a vedere uan mostra sulla Sindone che c’è dentro la Basilica, ma io dico “Ma se ce l’ho a Torino la Sindone, e sono andato a vederla con mia madre e mia zia che sono venute da Milano, e a mia madre le ha squillato il telefonino prima di entrare nella stanza della Sindone e a mia zia le ha squillato sotto la Sindone, che se lo sanno gli anarchici della Rete Nosindone le danno un premio”….
“Perché hai la barba lunga?”, mi chiede
“Perché a una mia fidandata, tanti anni fa, le piaceva, poi ci siamo lasciati e io me la sono fatta crescere”
“E lei dov’è ora?Non sta più con te?”
“No, non lo so dov’è”
“E adesso hai una fidanzata?”
“No, qualche incontro, qua e là…”
Lui mi guarda e sentenzia: “Tutto da lì di pende”, e indica la parte alta e centrale dei miei pantaloni.
Io mi guardo la patta dei pantaloni e dico “Ma in che senso?”
“Più ce l’hai grosso e più ti vengono dietro”
Ma come? E tutto il misticismo, Sant’Antonio profumo di giglio, la Sindone…
Si gira e se ne va verso il chiostro della Basilica. “Ma dove vai?”, chiedo.
“A mangiare”
“E dove?”
Mi indica una freccia, subito dopo l’entrata. C’è scritto Pic Nic.
“Vengo anch’io”, gli dico, che intanto avevo cominciato a mangiare camminando.
“No, no”. Mi dice andandosene. Se questo è un uomo?^ Lo seguo dalla distanza. C’è un chisostro più piccolo collegato al Chiostro grande. Ci sono dei tavoli addossati alla parete. Dei tavoli di formica. Credo per appoggiarsi e mangiare. Io torno indietro a prendere zaino e altre piccole cose che avevo lasciato prima di entrare. Poi mi fermo nel chisotro grande. Ci sono delle panche di legno antico. Mi siedo e mangio. Anche questa è santità!
Poi, dopo un po’, viene una signora che ha prenotato. Quindi io mi devo alzare. Torno al mio vagone al mio scompartimento semideserti. Intanto ho i bagagli al sicuro sotto la testa e lo sguardo di Giuliana. Arriviamo a Milano, io non hoa vuto modo di incontrare il capotreno e non posso fare il biglietto né posso parlare col capo treno delle recenti trattativre sindacali, scioperi, vertenze dei ferrovieri. A Milano scendiamo insieme, io e Giuliana. In teoria potremmo prendere lo stesso treno per Verona, ad Alta Velocità, ma io mi sento già graziato, meglio autodisciplinarsi anche nella pirateria, o clandestinità, o ammutinamento ferroviarii. Quindi preferisco prendere un treno regionale. Sul regionale per Verona vedo una giovane ragazza e mi attirano i suoi capelli, la faccia non la vedo bene, ha la testa un po’ inclinata, credo stia mangiando da una schiscietta. Mi siedo di fronte a lei. Confermo il sospetto: sta mangiando. Lei va a Brescia. Si chiama Elisa. Come l’unica donna di Brescia che ho conosciuto negli ultimi cinque anni. Le dico di questa coincidenza. Poi le parlo di Ignazio Buttitta. E lei mi dice che lo conosce! Incredibile! Una ragazza nata negli anni ‘80 a Brescia, che conosce Ignazio Buttitta. Neanche chi è nato negli anni ‘70 in Sicilia lo conosce, o quasi! Ma Brescia è avanti, infatti l’anno scorso quando facevo ritratti a Sestri Levante se era per i milanesi non vendevo neanche un ritratto, me li compravano i bresciani e quelli di Lecco!
Poi chiedo a Elisa di raccontarle, riassumendola, la vita di Buttitta. Mi serve per il concerto che farò il 30 alla mela di Newton a Padova. E lei mi dice che va bene. Dico che Buttitta è nato nel 1899, e lei, Elisa, irrompe con un “Ah, era uno dei ragazzi del ‘99”, e io non so chi erano, e lei sì! Due a zero! Le dico che lei è troppo preparata per la sua età, quasi mi commuovo. Lei mi dice “ma solo due cose”. Poi io miallontano che arriva il controllore. Poi, più in là il controllore mi ferma. Mi fa un biglietto da Chiari a Verona, 9 euro, lui è dell’Orsa, io pure! Torno al posto, racconto a Elisa l’accaduto, poi lei scende, a invito per lo spettacolo a Milano del 12 maggio, Milano chim era, forse viene, forse no, poi per mail mi dice che magari viene e dorme dal suo ex coinquilino, io le dico che può dormire da mia sorella o da mio fratello.
Il ragazzo che cantava come Dio Gaetano
A Padova, dalla stazione vado verso il centro, per incontrarmi con Alvise, che mi ospiterà in questi giorni.
In centro, camminando, a un certo punto vedo un ragazzo che suona la chitarra e canta. Poche persone lo ascoltano, praticamente nessuno. Un pazzo, mi dico. Mi avvicino. La gente passa davanti al ragazzo, indifferente, o quasi. Due persone lo ascoltano, ma da lontano. Mi fermo a pochi passi da lui. Appoggio i bagagli a un grande vaso che c’è dall’altra parte della strada. Dentro il vaso c’è una palma. Fa caldo oggi a Padova, da torino son partito che era umido, già a Milano il cielo era azzurro e dopo Milano il sole splendeva e riscaldava parecchio l’aria e le cose. Mi appoggio e mi riparo dal sole sotto la palma. Il tipo con il pizzetto, cappelli ricci scarruffati, un po’ alla Caparezza, ha una chitarra metallizzata acustica. Canta e suona brani suoi, ogni tanto si ferma e spiega brevemente l’origine della canzone. Mi incanta. Anche altre tre o quattro persone rimangono a guardare e ad ascoltare. Dopo un po’ canta Escluso il cane di Rino Gaetano. Vorrei dargli cinque euro. Gliene do due. Nella custodia della chitarra ci sono poche monete, una da due euro una o due da un euro e qualche altra da cinquanta centesimi e altre minutaglie. Il crimine più grande della modernità è la guerra all’economia di sussistenza, all’arte di vivere in strada, penso ricordando le righe del libro che ho iniziato a leggere prima di partire, Il genere e il sesso di Ivan Illich. A un certo punto, dopo un po’ di canzoni che incantano ma applaudo solo io, che nel frattempo mi sono avvicinato e seduto vicino a lui, arriva una ragazzina, una frega come direbbero a Perugia, una gagna a Torino, e dice qualcosa a Jacopo (così si chiama il chitarrista cantante). Non capisco cosa vuole. Mi avvicino. Capisco che gli ha chiesto di smettere di cantare e suonare. Dico alla ragazza che se si si disturba può allontanarsi. Lei, che insieme da altri cinque o dieci della sua età (15-20 anni al massimo) sonos eduti a quindici metrti di distanza. Mi dice che è svenuta e si disturba. Io, coglione, le chiedo anche scusa, per non aver capito. Subito dopo mi rendo conto della beffa. Sono mafiosetti giovanissimi padovani, che per gioco hanno deciso di rompere i coglioni a Jacopo. Li guardo da lontano. Sono tutti seduti a quindici o venti metri da noi. Non c’è motivo razionale per chiedere a Jacopo di smettere. Mi viene da prenderli a schiaffi e pedate nel culo. Non ho i coglioni per farlo. E trovo nei bagagli e nella chitarra una scusa per giustificarmi. Jacopo dice di lasciar perdere. Effettivamente, è peggio la mafia di questi gagni di merda, o l’indifferenza della gente che passa più o meno velocemente? E’ peggio la mafia o la modernità?
Sant’Antonio profumo di Giglio
Eccoci a Padova. Alvise abita a due passi dalla basilica. L’indomani, cioè, il mercoledì sera faccio lo spettacolo teatrale ai Carichi sospesi. Uno spazio teatrale essenziale, molto bello. Ma c’è un problema. Ho lasciato il telefonino a casa perché ultimamente mi sto disintossicando dalla telefonino mania. Peccato però che lascio anche il numero di Alvise. Allo spettacolo vengono quattro persone. Due coppie. Una di Padova, nata poco prima degli anni ‘50. Affettuosissimi. L’altra coppia è del sud, almeno lei, di Ragusa. Nati alla fine degli anni ‘70 o ai primi degli ‘80. In realtà non sono una coppia, sono due amici. Questo lo scoprirò dopo. Vado via con loro dal teatro, verso Sant’Antonio. Lei ha la bicicletta, o ce l’ha più avanti, a un certo punto, non ricordo bene. Padova è la terza città ciclabile d’Italia, dopo Ferrara e Ravenna, questo me lo dice Alvise, ma a me sembra che ci siano più biciclette e pedofili, anzi, ciclofili, a Padova che a Ferrara. A Ravenna non sono stato, a parte più di trent’anni fa che avevo sei anni e non mi ricordo niente o quasi, comunque non ricordo di aver visto bicicletta più di trent’anni fa a Ravenna. Monica e il suo amico mi lasciano alla basilica di Sant’Antonio. Io non son sicuro che ritroverò la strada per arrivare alla casa di Alvise. Mi ricordo che si attraversa un ponticello, poi si vedrà. La casa la trovo,trovo anche la porta, ma il campanello…non so quale sia, cioè il citofono. Provo a suonare due o tre nomi, ma è già l’una del mattino, evito di insistere. Fortunatamente mi ero fatto lasciare il numero di telefonino di Monica. E la chiamo. Ma non ho telefonino, le cabine ci sono ma…lontane. Due giovani passeggiatori notturni con cane mi prestano un telefonino. Monica viene a prendermi col fidanzato che non è quello che era con lei prima. Mi vengono a prendere in macchina. Dormo nel divano di casa loro. Un divano ampio. Abitano in un pied a terre con altri due o tre studenti lavoratori europei, una di Lecce, uno albanese e un altro non me lo ricordo. L’indomani vado a casa di Alvise. Trovo la fidanzata di Alvise, Anairis, franco colombiana, è carinissima, meno male che c’è lei a casa perché se no dovevo stare un’altra mezza giornata con la chitarra e lo zainetto dietro. Esco di casa nel sole, ormai è quasi ora di pranzo, è giovedì. Devo portare il diario che mia madre ha scritto tredici anni fa a Lourdes. Le avevo regalato un bloknotes per scrivere un diario quotidiano durante i tre mesi di lavoro stagionale che la attendevano. Era il 1997. Lo aveva scritto. Lo avevamo stampato e spedito all’Archivio Diaristico Nazionale di Città della Pieve, vicino Arezzo. Quello che ora è stato celebrato da un libro scritto da Mario Perrotta e lo trovate su internet e c’è anche il video. Mario Perrotta è uno dei pochi attori e autori di teatro di narrazione che ho visto dal vivo. E’ anche colpa sua se mi sono messo a scrivere e a raccontare i miei monologhi. Lui non mi ha detto niente. Io ho visto lui e mi sono sbloccato. Magari lo avrei fatto anche senza vedere lui. Comunque questo diario lo volevo portare alla casa editrice Messagero di Sant’Antonio. E’ in una via adiacente alla Basilica. A due passi da casa di Alvise. Ci sono andato il venerdì mattina. Il direttore è sceso per incontrarmi. Le ho fatto vedere il diario. E’ stato onesto e schietto. Mi ha detto le stesse cose che mi dicevano i primi editori ai quali, dieci e più anni fa, parlavo del mio racconto di venticinque pagine, Piccoli buchi nel vento. Un racconto di un viaggio in autostop da Milano a Barcellona con i camion, in autostop. Mi dicevano che 25 pagine erano poche. Anche questo mi dice la stessa cosa per il diario di mia madre che è di 23 pagine. Un diario vivo, vero, però se lei sviluppa alcuni spunti può diventare più lungo, e Piero Bogon, il responsabile del coordinamento redazionale, come c’è scritto nel biglietto da visita, ecco, Pierino Bogon mi ha detto che entro fine anno speriamo di poterlo leggere. Nel frattempo gli dico posso fargli vedere un mio manoscritto, anche quello è un diario di un viaggio, una passeggiata da Siena a Roma. Mi dice che lo aspetta. Sta mattina l’ho spedito. Ma prima di arrivare alla casa editrice, faccio una pausa pranzo. Compro un po’ di roba da mangiare in un negozio di gastronomia, dietro la Basilica, tra la casa di Alvise e la Basilica. C’è un uomo sulla sessantina nel negozio. Anche lui compra qualcosa. Ma è dietro di me. Vedo che ogni tanto mi guarda, svagatamente. Esco dal negozio e mi avvio nel sole di questo giovedì, verso la Basilica. Dietro di me c’è l’uomo sull sessantina. Mi chiede da dove vengo. I miei sandali, piedi nudi e barba lunga possono far pensare benissimo a un estremo sud, arabia, aghanistan. “Da Torino”, rispondo, per spiazzarlo. “Sei studente?”, “No, lavoro, devo fare due spettacoli qui a Padova”. “Ah, sei un attore?”, “Un narratore, all’antica”, dico, e devo ammettere che questa la posso mettere in qualche lettera di presentazione perché calza bene. Poi gli chiedo come si chiama. Marco, e tu? Angelo. Ah, come l’Angelo che c’è lassù, mi dice indicando alla nostra sinistra, sopra la Basilica, sopra un pinnacolo, se si chiama così, ma io mi ricordo del libro Il diavolo sul pinnacolo di David Maria Turoldo, un libro che avevo trovato anni addietro nella biblioteca di mia madre.
“C’è un Angelo d’oro”, mi dice, “Lassù, e gira col vento. E ci da il cambiamento del vento, del clima”.
Poi mi chiede se sono sposato. Io dico di no e lui “Male, nella Bibbia c’è scritto “Guai all’uomo solo!”, “Ma Gesù non era single?”, chiedo io e mi scappa una risata. “Sì, ma in un film si vede che con Maria Maddalena..”, dice lui, “Era sposato con Maria Maddalena?”, “No, no, tutte cazzate” fa lui, e io “Allora era single!”. Poi mi dice che a febbraio c’era una fila chilometrica davanti alla Basilica per vedere le spoglie di Sant’Antonio, come in questi giorni a Torino per vedere la Sindone. Poi mi invita a vedere uan mostra sulla Sindone che c’è dentro la Basilica, ma io dico “Ma se ce l’ho a Torino la Sindone, e sono andato a vederla con mia madre e mia zia che sono venute da Milano, e a mia madre le ha squillato il telefonino prima di entrare nella stanza della Sindone e a mia zia le ha squillato sotto la Sindone, che se lo sanno gli anarchici della Rete Nosindone le danno un premio”….
“Perché hai la barba lunga?”, mi chiede
“Perché a una mia fidandata, tanti anni fa, le piaceva, poi ci siamo lasciati e io me la sono fatta crescere”
“E lei dov’è ora?Non sta più con te?”
“No, non lo so dov’è”
“E adesso hai una fidanzata?”
“No, qualche incontro, qua e là…”
Lui mi guarda e sentenzia: “Tutto da lì di pende”, e indica la parte alta e centrale dei miei pantaloni.
Io mi guardo la patta dei pantaloni e dico “Ma in che senso?”
“Più ce l’hai grosso e più ti vengono dietro”
Ma come? E tutto il misticismo, Sant’Antonio profumo di giglio, la Sindone…
Si gira e se ne va verso il chiostro della Basilica. “Ma dove vai?”, chiedo.
“A mangiare”
“E dove?”
Mi indica una freccia, subito dopo l’entrata. C’è scritto Pic Nic.
“Vengo anch’io”, gli dico, che intanto avevo cominciato a mangiare camminando.
“No, no”. Mi dice andandosene. Se questo è un uomo?^ Lo seguo dalla distanza. C’è un chisostro più piccolo collegato al Chiostro grande. Ci sono dei tavoli addossati alla parete. Dei tavoli di formica. Credo per appoggiarsi e mangiare. Io torno indietro a prendere zaino e altre piccole cose che avevo lasciato prima di entrare. Poi mi fermo nel chisotro grande. Ci sono delle panche di legno antico. Mi siedo e mangio. Anche questa è santità!
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